Usciva la mattina a cavallo col padre; questi montava una saura alla quale aveva dato il nome di Virgo, e il fanciullo un morello bruciato, piccolo e robusto, che chiamava Spillo.
Pel resto della giornata stava con Salapolli e si lasciava guidar da lui; a Saint-Germain l'Auxerrois, la chiesa raccolta e nera, che pareva trasudare il sangue della notte di San Bartolomeo e figurava nella mente di Bruno come un gioiello pauroso, aveva avuto una lezione di storia; e lontano, su in alto, nella Basilica del Sacro Cuore, Salapolli s'era intrattenuto con Bruno a parlar di vetri, prendendo ragione dalle vetrate di quella chiesa, arancione su fondo azzurro o azzurro su fondo arancione, sulle quali era tratteggiata la leggenda di Giovanna d'Arco.
Era quasi l'intero giorno in istrada, sotto la cupola di nebbia che incombeva d'inverno perennemente sulla città; o partiva la mattina a cavallo col conte Fabiano attraverso la nebbia greve e gialla come dietro fossero state luci nascoste, mentre nelle case s'accendevano le lampade, e tornava verso mezzogiorno, quando squarciata la nebbia, il sole prorompeva e la vita si slanciava febbrile.
Faceva colazione e ripartiva con Salapolli, a zonzo, in cerca di librai, al Palais Royal, spingendosi con la carrozza fino alla Butte Montmartre, prendendo il tè all'Avenue de l'Opéra, guardando da una finestra della sala i grossi omnibus cigolanti che andavano al Giardino delle Piante. Ascoltava per le vie fracassose il trotto pesante e corto dei cavalli che battevano il terreno; pareva che un reggimento di grossa cavalleria passasse di continuo sul duro selciato lubrico, sul fango nero.
Pranzava di frequente col padre in un caffè di grido. Le piccole tavole erano ornate di fiori vivi, e in certe nicchie tra una sala e l'altra eran cespi di fiori serici, su cui le lampadine elettriche spruzzavan luci variate; e luce pioveva dall'alto, dorata sulle pareti dorate, che chiudevano in cornici d'oro, tra decorazioni di pavoni, di pesci e di granchi, alcune scene settecentesche.
E si davan di gomito in quelle sale la grande signora e la grande mercenaria, il letterato celebre e il giornalista alla moda, l'uomo politico in auge e l'uomo di Borsa, la cui vita era un giuoco d'equilibrio. L'uomo di Borsa che sedeva spesso alla medesima tavola di Fabiano, il quale conosceva tutti, sembrava a Bruno il più ambiguo.
Gli avevano indicato parecchie volte la Borsa in una bella piazza sotto gli archi d'un palazzo severamente semplice. Le sue colonne, nere da un lato di quel nerofumo che aveva morso e penetrato per sempre Notre-Dame e Saint-Germain, e ancora bianche dall'altro, rammentavano a Bruno i tronchi di pioppi argentei.
E intorno stava sempre una folla d'uomini. Tutti urlavano; molte mani eran levate in alto, e qualcuno in fondo, innanzi a una tabella azzurra dalle diciture bianche, scriveva. Di tanto in tanto l'urlìo saliva di tono, la folla si commoveva violentemente, le mani s'agitavano convulse, e gli uomini sul fondo scrivevano sempre; poi riprendeva il gridare spezzato e insistente.
Lo spettacolo di quegli uomini che schiamazzavano in coro lo aveva arrestato di botto, la prima volta; e suo padre gli aveva detto che stavan facendo il denaro.
Eran gli stessi uomini che sedevano a tavola con lui; la mattina avevan fatto gridare gli altri, la sera mangiavano copiosamente e ridevano.