—Ma Nicla, non ti ricordi più della tua Nicla, tanto bella, tanto buona?—chiese il conte Fabiano.
—Scrivile tu, se è bella!—rimbeccò Bruno.
E alzava le spalle, duro e ostinato, sorridendo alla maraviglia di suo padre.
S'era dovuto concludere un patto, per rispondere alla premura di Nicoletta Barbano, la quale di tempo in tempo chiedeva notizie inquieta: avrebbe scritto Salapolli.
E Salapolli scriveva con molta solennità, perdendosi a illustrare il talento precoce, l'originalità di carattere e di idee che distinguevano il suo allievo; solo rammaricandosi che egli fosse taciturno, un poco sempre diffidente, un poco troppo orgoglioso.
Bruno stava, in verità, dritto e solo in mezzo a una folla.
Era la folla dei bellimbusti, dei gaudenti, delle femmine, degli uomini di penna e di spada che passava incessantemente per la casa, dando l'impressione di sbatacchiar tutte le porte, di spalancar gli usci e le finestre; cosicchè pareva che il conte e suo figlio fossero essi medesimi ospiti fra gli ospiti; e tutti comandavano; e i domestici non sapendo a chi obbedire, badavano ad arrotondare il gruzzolo; e la tavola era apparecchiata la mattina, il giorno, la sera, la notte.
Se non avesse avuto in quel periodo di tempo una testarda e formidabile vena che lo sosteneva al giuoco e gli dava quasi la magìa della divinazione, il conte sarebbe stato divorato in un batter d'occhio; ma vinceva a tutti i giuochi, incuteva rispetto ai più audaci, arrischiava colpi pazzeschi, e li guadagnava imperturbabile; e sentiva col presentimento misterioso del giuocatore di razza che il colpo era giusto e poteva annunziarlo un attimo innanzi che si effettuasse.
Bruno seguiva qualche volta il suo giuoco, divertendosi allo stupore degli altri.
—Finirai come Elia Polacco,—gli disse un giorno beffardamente.—A furia di pelare, resterai pelato!—E lanciò uno sguardo ai capelli già radi del conte.