Egli non aveva alcun timore di suo padre.

Le parti s'erano invertite. Era il figlio che di tanto in tanto, di ritorno da una gita al Louvre, da una corsa alla biblioteca, da una scarrozzata, ancora gli occhi pieni di visioni che erano sue e che fermentavano nel suo cervello, andava a dare un'occhiata al padre e agli amici di lui. Stringeva la mano alle ragazze, alcune delle quali erano vecchie conoscenze, e s'intratteneva a discorrere con gli ufficiali.

Vestito il più spesso di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, con un cappello morbido dalla penna di fagiano, stava a guardare e sorrideva. Gli pareva assurdo, ridicolo, che uomini da lui conosciuti fin da quando aveva sei anni, corressero ancora dietro a una combinazione cieca di carte; e impallidissero e sudassero e si perdessero per quegli stupidi segni rossi o neri: e dovessero correre ancora, per altri anni, vittime e zimbelli e carnefici a un tempo.

Il conte Fabiano aveva allora una bella amante, Paulette Demours, che sembrava palpitar veramente per lui: e spaventata dalla fortuna vertiginosa, ne temeva il crollo da un istante all'altro.

Ella supplicava il conte di smettere; aveva ammassato un patrimonio, per un infernale capriccio della sorte; non doveva forzarla di più, o la sorte gli si sarebbe ribellata, vendicandosi atrocemente. E qualche giorno impediva davvero ch'egli tentasse colpi, non più arditi, ma assurdi.

Bruno sapeva tutto; e dopo aver dato un'occhiata in giro, andava da
Paulette, e indicando il padre, le diceva negligentemente:

—Bada che non commetta stupidaggini!

La ragazza prometteva con un cenno del capo; e seguiva degli occhi avidamente il fanciullo vestito di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, col cappello dalla piuma di fagiano.

Gli amici di casa non avevano mai capito se Paulette fosse innamorata del padre o del figlio.

XVI.