Non era più ironico, non era più beffardo; era sgomento e trepido: guardava suo padre con occhio dubbioso, e sedeva ai suoi piedi per ore, cercando distrarlo e badando a dargli sempre ragione.

Avrebbe versato tutto il suo sangue perchè egli fosse tornato quale era, giuocatore, amante del gaudio, divoratore di patrimonii, lepido, forte, noncurante.

Sentiva d'amarlo con le più delicate fibre del cuore, d'essergli legato per mille affinità che gli si eran chiarite col tempo innanzi agli occhi.

Gli serbava gratitudine per quella medesima esistenza disordinata che aveva fatto di lui, Bruno, un uomo, quando gli altri eran fanciulli, che gli aveva dato la precocità dell'intuizione, la mobilità dell'intelligenza, la forza libera e superba della solitudine, tutte le energie che gli dormivano ancora inoperose nel cuore, e che gli avrebbero permesso di sforzar gli ostacoli.

—Per vederlo ridere,—egli esclamò un giorno col Salapolli, in un impeto d'angoscia,—per vederlo ridere come una volta, io mi lascerei accecare!

E accarezzava la testa bianca di suo padre, con una tenera carezza, studiandone l'occhio, sperando ad ogni istante di vederlo sorridere.

Ma era ogni cosa vana, e il giovanetto andava mormorando col
Salapolli:

—Io non capisco!… Io non capisco!…

Capiva e sapeva.

Alcuni medici, introdotti abilmente dal Salapolli presso il conte, avevano detto ch'era ammalato; o meglio, che andava ammalandosi. Uno aveva espresso la diagnosi, chiara e cruda: mania di persecuzione. Un altro aveva avvertito il Salapolli che ben presto il conte sarebbe diventato pericoloso e occorreva sorvegliarlo; in ogni caso non era prudente lasciarlo la notte col figlio.