L'appartamento di via Glück, così gaio e festoso per lo passato, così ben frequentato da uomini di grido e da donne incantevoli, era stato abbandonato da tutti; Bruno aveva fatto vendere i cavalli da sella e la pariglia.

Studiava. Non appena il padre lo lasciava libero, correva in biblioteca; spesso leggeva, accanto al padre o seduto ai piedi di lui, nella sua posa abituale.

Il conte Fabiano gli aveva dato la direzione della casa, le chiavi, i valori, che ammontavano in quel tempo, compresa l'eredità dello zio Francesco, a circa duecentocinquantamila lire ben collocate in titoli sicuri.

Poi inaspettatamente suo padre gli aveva ritolto ogni autorità, aveva ricomperato i cavalli, pagandoli prezzi incredibili, e faceva spese insensate.

Il professore Salapolli, con discrezione ma con insistenza, pregava Bruno d'impedire quello sperpero, o un giorno si sarebbe trovato sul lastrico.

—Perchè pagare cento ciò che vale uno?—diceva.—Son cose che strappano lagrime ai sassi!

Egli vedeva colar l'oro e sfuggir di tra le dita del conte Fabiano, e ne sentiva una malinconia invincibile, non per l'oro, ma per le belle cose che si sarebbero potute comperare.

Bruno alzava le spalle.

—Lasciatelo divertire!—diceva.

E attirati dall'odor di cuccagna, i parassiti più impudenti eran calati sulla casa e avevano sostituito la società fine e arguta che la frequentava in altri tempi.