Scese di cassetta lo staffiere, aprì lo sportello, e la signora balzò dalla vettura nella prima sala.
A quell'ora, le tre del pomeriggio, non c'era nessuno. S'udiva venir, da una sala nel fondo, lo strepito dei dadi agitati in un pirgo d'argento e buttati sopra il tavolino di marmo. Qualcuno giuocava.
Nicoletta si fece servire il tè, e ricoveratasi in un angolo, tutta chiusa nella pelliccia, si rallegrò egoisticamente del piacere infantile che si largiva. Le pareva gran cosa d'essere entrata sola in un caffè, sebbene la carrozza l'aspettasse fuori, e di rimanervi pochi minuti. Non l'aveva mai fatto, non gliene era mai venuto il pensiero.
Quel giorno era stata fermata per via dall'innocente ghiribizzo, e aveva obbedito come a un ordine. Centellava il tè, e con la sinistra andava sfogliando i giornali illustrati che un cameriere le aveva posto vicino, sopra una sedia.
D'ora in ora dava un'occhiata alla via deserta, già tutta bianca. Sotto la nevicata silenziosa i due roani stavano immobili a testa alta. Si vedevano qua e là pei negozii accendersi le lampade: e ombrelli passar frettolosi in lontananza, punteggiati di fiocchi candidi.
D'un tratto Nicoletta sussultò; sentì un fremito che la percorse tutta, da capo a piedi.
Aveva udito una voce.
Impallidì; non osò voltarsi; forse era un'allucinazione.
Aspettò che la voce ripetesse.
—Nicla!