—E i tuoi bambini dove sono?
Nicla aveva ripreso il suo posto, e non distaccava gli occhi dal volto del giovane; lo riconosceva, lo ritrovava a poco a poco, con un segreto palpito di gioia.
Era quel caro volto, un po' smagrito, dalle linee decise, con la piega sdegnosa all'angolo destro della bocca, era quello sguardo dritto negli occhi scuri, era quella voce, fatta più maschia, ma uguale, senza soni falsi, che le portavano innanzi lutto il suo bel passato radioso di fanciulla.
—Aspetta, aspetta,—disse ridendo.—Mio marito non tornerà che per il pranzo; è tutto il giorno nel suo stabilimento e spesso non lo vedo nemmeno a colazione. Lavora troppo, e ne sono inquieta. Bambini? neppure uno, piccolo, piccolo così….
Il suo sorriso si fece incerto, scomparve un istante dalle labbra.
—Non ho bambini. Sì, sono felice: oggi più che mai. Mio marito è l'uomo leale, degno, delicato, che può far felice con la sua bontà la donna più difficile. È impossibile non volergli bene; anche tu gli vorrai bene subito…. Che cosa ho fatto in questi lunghi anni?
S'interrogò brevemente, gettò uno sguardo ai dodici anni trascorsi, poi constatò, come sorpresa:
—Nulla! Non ho fatto nulla! Ho vissuto: sono invecchiata!…
E sorrideva con la bocca fresca e rosea, come ai giorni lontani.
Bruno l'aveva ascoltata, scrutandola attento. Si alzò, si mise a passeggiare.