—No: in questo caso non contano proprio nulla,—ribattè Nicoletta.—Perchè Duccio non sarebbe già venuto per voi, ma per me. È inutile seguitar la commedia. So benissimo ch'egli vorrebbe sposarmi: me lo ha fatto capire in tutti i modi. E allora sarebbe toccato a me sopportar lunghe ore di conversazione sentimentale, ascoltar la sfilata delle sue speranze, far le passeggiate a due, col papà o la mamma all'orizzonte, per decoro…. Meglio il conte Fabiano e i suoi debiti. L'uno e gli altri non ci riguardano!
—Ma che cosa vuoi, che cosa vuoi tu?—gridò di scatto la signora, alzandosi in piedi.
Nicoletta, che aveva recato alla bocca la tazza, guardò sua madre di sopra l'orlo di quella, assaporando la cioccolata che rimaneva.
Era un poco sorpresa dall'impazienza aggressiva della signora; ma quando si accorgeva che gli altri avevano torto, si faceva subito fredda e indifferente, per vendetta.
—Che cosa voglio?—ella ripetè, deponendo la tazza sulla sottocoppa.—Chiedimi piuttosto che cosa non voglio. Non voglio il matrimonio, per ora almeno, col conte Duccio Massenti. È troppo presto: non lo conosco.
—Sfido io!—esclamò con un largo gesto la signora Carlotta.—Se lo mandi lontano, ogni volta che cerca avvicinarsi, il poveretto!…
—Segno che non m'interessa!—dichiarò la fanciulla semplicemente.
Poi, quasi leggendo dentro il proprio animo, soggiunse:
—Che cosa voglio? È difficile dire. Qualche cosa che non sia troppo comune, troppo volgare, perchè mi sembra di meritar più che le altre.
La signora Carlotta che stava per andarsene, trovò opportuno fermarsi per dare segno della sua disapprovazione.