—Ti sembra volgare e comune il partito che ti offriamo?—disse.—Che desideri? Un Re? Un Imperatore? Sei sempre con la testa all'arte e al palcoscenico?

—Non è questo, non è questo!—osservò la fanciulla, scuotendo il capo assorta, con gli occhi nel vuoto.—Non distinguo tra un matrimonio e l'altro…. Non ti saprei dire….

La madre riconobbe d'essere stata una sciocca ad aprire una discussione così imprudente, e ammirò ancora una volta il marito che fuggiva le chiacchiere inutili. Nulla di più vano che chiedere a una fanciulla di diciotto anni che cosa vuole; a diciotto anni non si sa; molti uomini non lo sanno a trenta e a cinquanta, e camminano lo stesso.

Fatte rapidamente queste riflessioni, la signora Carlotta mutò discorso:

—Non esci?—chiese alla figliuola.—Il tempo è bello; c'è un poco di vento, ma non infastidisce troppo.

—Sì,—rispose Nicoletta.—Ora vado.

E invece d'avviarsi alla soglia, per la quale sua madre era passata ed uscita, si levò da tavola e andò a sedersi in una poltrona, di contro al giardino, che il sole illuminava per ogni angolo, che il vento faceva tremare.

Che cosa voleva?

Nulla più la irritava che quella domanda categorica, la quale sembrava attendere una categorica risposta; come se di fronte al mondo e alla vita il volere fosse cosa semplice, il desiderio fosse definibile; come se nella sua anima giovane e palpitante non avessero dovuto vibrar mille incertezze, mille timori, mille ritrosie, mille illusioni.

Anche non sapere ciò che si vuole è uno stato d'animo, pensava Nicoletta; uno stato d'animo doloroso, che pure ha la sua triste dolcezza; uno stato d'animo che non ammette definizioni, perchè ciò che si vuole qualche volta è fuori del mondo.