Egli contava di lasciarla morendo al suo alunno, ormai diventato un maestro che ne sapeva più di lui.
Non aveva nella casa alcun ufficio speciale; faceva da bibliotecario pei libri suoi e pei libri di Bruno, e serviva a questi da segretario, quando Bruno non aveva voglia di sbrigare la sua corrispondenza con i conoscenti di Parigi, di Bruxelles, di Vienna, di Roma.
Conoscenti, diceva Bruno, calcando sulla parola; perchè amici, veri amici ai quali potesse confidarsi, non ne aveva e forse non voleva averne. Il solo amico era il Salapolli, il quale era stato testimonio di quasi tutta la sua vita; gli dava del tu; e il Salapolli da anni lo chiamava conte e nulla aveva potuto ridurlo a trattarlo più familiarmente.
La devozione per il conte Fabiano, l'affetto e l'ammirazione per Brunello, i ricordi felici e tragici d'un passato che apparteneva insieme a lui e a quei due signori, gli imponevano di trattare il bambino di ieri con tenera fiducia, ma con forma rispettosa. Talora si lasciava scappare, parlando con Brunello, anche qualche «Signoria» che faceva ridere il giovane.
Messosi dalla finestra a guardar nella strada, il Salapolli vide tornar Bruno in una carrozza padronale, tratta da una pariglia di roani tarchiati.
Aveva già comperato i cavalli? Aveva già trovato amici?
Non disse nulla, ma andando incontro a Bruno, nel vestibolo, non potè non notare un'espressione di gioia nervosa, di soddisfazione mal contenuta ch'era in ogni gesto di lui e che gli faceva rilucere stranamente lo sguardo.
—Ah, ah, Pantalone!—esclamò il giovane ridendo.—Mi avrai aspettato per un bel po', non è vero?… Che vuoi? Sono stato rapito, in un turbine di neve, da una fata bianca!
—È arrivata molta posta per lei!—annunziò il Salapolli, il quale non aveva capito niente.
—Andiamo in biblioteca, e così vedremo!—rispose Bruno.