Bruno diede in una risata.
—No,—disse,—non esageriamo. Tanto più che di danaro Armanda me ne chiederà presto dell'altro!
Salapolli voleva domandargli qualche nuova d'un libro che Bruno aveva pensato di scrivere; meglio che un romanzo, un breve poema in prosa, agile e lieto, del quale gli aveva parlato sovente a Roma: e doveva intitolarsi «Gli anelli del Serpente».
Ma Bruno stava leggendo la sua corrispondenza; o, a dir vero, con gli occhi fissi sulla prima pagina d'una lettera, galoppava col pensiero per campi sterminati e vaghi; e il Salapolli seguiva in silenzio le fantasie del suo alunno, che non lo vedeva e forse non lo sapeva nemmeno presente.
Alzatosi di scatto, il giovane cominciò a passeggiar per la biblioteca intorno alla tavola rettangolare, a capo basso, con le mani nelle tasche dei calzoni.
Poi subitamente proruppe:
—Com'è bella! Com'è ancora lei, fresca, giovane, pura!…
—Ho capito!—pensò il Salapolli.—Si tratta della sorella!
E borbottò tra i denti:
—Povero signor Barbano!