—Veramente?—esclamò Gigi Barbano addolorato.—Mi dispiace d'essere stato leggero e ti prego di dimenticar le mie parole. Una simile sventura merita il più grande rispetto!

—Ti ringrazio!—disse Nicla semplicemente.

—Certo, certo,—riprese Gigi Barbano, quasi parlando con sè stesso,—quel ragazzo non può essere stato felice. Noi gli apriremo la nostra casa ed egli si riscalderà al tepore d'una vita semplice. Deve parergli strana una vita semplice, a lui, che è stato sempre in giro pel mondo e ha visto tante cose! Finirà con l'annoiarsi, vedrai! E io sarò un poco impacciato, confessandogli che non ho mai avuto tempo d'andare a Vienna e a Berlino e di conoscere bene Parigi. L'uomo di quarantadue anni ne saprà meno del fanciullo di venti…. Verrà domani sera, hai detto?… Lo riceveremo soli? Non gli farai trovare qualche poco di società intorno?

Nicla scosse il capo, sorridendo.

—No, no,—disse.—Lo riceveremo noi soli. Credo che di gente e di chiacchiere sia stufo….

—E con chi vive ora, a Milano?—seguitò Gigi.

—Con sua madre….

—E sua madre?…

Nicla non rispose: Gigi interpretò quel silenzio e capì; anche la madre doveva esser leggera come una piuma.

E dopo una pausa domandò: