Il professore Salapolli con molte circonlocuzioni e con un discreto timore, interrogò Bruno intorno al libro che intendeva scrivere.
Gli pareva che da quando era arrivato a Milano, il giovane fosse irrequieto. A Roma, dove aveva seguito per quattro anni i corsi universitarii, scegliendoli tra le materie che più lo interessavano, era attivo e pertinace nel suo studio. A Milano si distraeva, stava quasi l'intero giorno assente, un poco per rivedere la città, molto per vivere accanto a Nicla. E del libro non diceva più parola, quasi l'avesse dimenticato.
Il Salapolli passava gran parte della giornata in biblioteca e solo, perchè al secondo piano c'era un pandemonio, un disordine, un viavai di visite, che gli rammentavano i peggiori tempi di Vienna e di Berlino. Come allora, la contessa non si stancava mai di ricevere; come allora, faceva attaccare i cavalli da un istante all'altro, e usciva. Si faceva colazione e si pranzava quando si poteva; e sempre c'erano invitati. Il cuoco, il cocchiere, la cameriera, il portiere, tutti si lagnavano. L'instabilità della contessa, il suo dire e disdire, la vertiginosa attività che pretendeva, eran causa che ad ogni poco i domestici si licenziassero, se non li licenziava ella medesima per un nonnulla.
Era il regno del capriccio: i fornitori portavano in casa oggetti svariati ch'ella degnava appena d'uno sguardo e che aveva comperato in tutta furia un'ora prima, quasi non avesse potuto viverne senza. Le era accaduto di regalar cappelli, vesti, scarpe, calze alla cameriera, alla manicure, alla prima donnaccola che le capitava tra i piedi, senza aver nulla indossato, tutta roba nuova di trinca: aveva visto di meglio; aveva pensato a un'altra foggia o a un altro colore.
A tavola, tra gli amici e le amiche, in una società elegante, scintillava di spirito e di grazia; era affascinante a dispetto delle pitture che si metteva sul viso e dei capelli d'oro. Non si sapeva comprendere come una donna intelligente e arguta qual'era si lasciasse abbindolare da tutti i venditori di cosmetici portentosi e di acque vivificanti.
Non ne aveva alcun bisogno: la figura elastica, ancora bellissima, e lo spirito indiavolato le davan tutte le vittorie che poteva desiderare; aveva ai piedi giovani dell'età di suo figlio e uomini maturi. Il professore Salapolli, il quale, per desiderio di Bruno, sedeva a colazione e a pranzo con quei signori, e sebbene si studiasse di tenersi in disparte, era trattato alla pari, vedeva che la contessa quasi ogni giorno aggiogava qualcuno al suo carro; e col dovuto rispetto pensava che lo schiavo non avrebbe avuto a sospirare molto.
Il solo che passava imperturbabile tra quel frastuono era Bruno; abituato al rumore dalla nascita, non si stupiva di nulla, nè che si pranzasse alle dieci di sera, nè che si cenasse al tocco dopo la mezzanotte, nè che la brigata intera corresse a una trattoria invece di far colazione in casa. Aveva già visto tutto ciò con suo padre a Parigi e a Bruxelles, con sua madre a Vienna e a Berlino. Non se ne annoiava e non se ne divertiva; prendeva parte a quel bulichìo come un uomo stretto e trascinato dalla folla. Aveva in breve conosciuto tanta gente, che non ne rammentava nemmeno il nome, e se gli avveniva d'esser salutato per via da persona che non ravvisava subito, pensava fosse un amico della mamma, un frequentatore della casa.
La sensazione delle porte e delle finestre spalancate, l'imagine del vento che soffiava da tutte le parti involando il danaro, gli erano abituali…. La sola cosa che lo stupiva un poco, si era che il patrimonio resistesse ancora e che sua madre non si accorgesse della rovina imminente.
Spensierata e generosa, ella pareva invasa dalla furia di distruggere i resti d'una fortuna cospicua, di due fortune cospicue, quella del conte e la sua. Faceva la beneficenza nella maniera più impreveduta, regalando cento lire al primo cencioso che batteva alla porta, mandando mille lire a un comitato che ne chiedeva cinquanta, non per vanità nè per grandezza, ma perchè le cinquanta e le mille valevano lo stesso ai suoi occhi.
Bruno lasciava fare. Egli possedeva ancora il fondo della Tralda, di cui ritirava esattamente il reddito di ottomila lire l'anno: e lo avrebbe difeso a prezzo del suo sangue, perchè quella somma occorreva ad assicurare il trattamento di suo padre nella casa di salute.