Messo il papà al sicuro, non si occupava d'altro. La famiglia Traldi di San Pietro gli aveva fatto intendere, appena tornato a Roma, che avrebbe avuto tutto ciò che poteva desiderare, se avesse abbracciato la carriera ecclesiastica, aggiungendo che il suo nome e più il suo talento precoce e straordinario gli assicuravano un avvenire impareggiabile.
Rimasti senza risposta, gli zii Guido e Giovanni—la nonna era morta poco dopo Francesco—gli avevano mandato il notaio Alemanni in persona a trattare e a circuirlo; ma nel ragazzo che contava allora diciassette anni, il notaio riconobbe il bambino che gli aveva detto: «Tu non sai niente; porta il denaro, e non perder tempo!».
Il ragazzo lo aveva lasciato parlare e poi lo aveva garbatamente messo alla porta; onde gli zii Guido e Giovanni avevano subito disposto perchè il loro patrimonio andasse intero a opere di beneficenza e ad istituti di religione, tolto un lauto reddito per il notaio fedele. Non v'era dunque speranza; gli ultimi danari che la contessa Clara Dolores sgretolava sotto i denti ancora bianchissimi, eran veramente gli ultimi.
Bruno lo sapeva e rimaneva indifferente.
—Si può sapere, caro conte,—disse il professore Salapolli,—come vanno i suoi studii?
—Lo vedi,—rispose Bruno.—Non ho trovato ancora l'ubi consistam.
Erano nella biblioteca, nella quale il Salapolli si teneva al riparo dalla babele del secondo piano; e accarezzando la barbetta aguzza, osservava Bruno, dicendosi che smagriva e impallidiva e che doveva aver qualche nuovo demonio in cuore.
E pensava alla signora Nicoletta, alla Nicla famosa, e si stupiva, nella sua inesperienza da topo di biblioteca, che la bella donna esitasse ancora a far contento il bel ragazzo.
—No,—egli riprese.—Intendo parlare del suo libro, caro conte, di quel libro, sa?…
—Eh, che vuoi? Ci penso!—rispose Bruno.—Io voglio farne un poema di speranza e di gioia; e dalla penna non mi stilla che amaro. Già tre volte ho cominciato, e già tre volte ho dovuto smettere.