Si fermò innanzi alla contessa che stava seduta in una larga poltrona, l'oro del cui arco superiore si confondeva con l'oro della chioma. La signora volgeva a suo figlio uno sguardo di muto stupore.
—Vedo che non capisci,—disse Bruno,—ed è naturale. Io non ti ho mai detto che Duccio Massenti lo conosco da dodici anni e lo rammento benissimo. Era sul lago lo stesso giorno e la stessa ora in cui tu sei venuta a trovarmi; è ripartito per Sonnenberg, dove tu villeggiavi, ventiquattr'ore dopo la tua partenza. A Sonnenberg tu eri con lui.
La contessa fece un gesto, ma Bruno proseguì subito:
—Tutto ciò non mi riguarda, sono io il primo a riconoscerlo. Non alzo gli occhi su mia madre, della quale devo avere ed ho il più vivo rispetto. Tutto ciò non mi riguarda!
Si fermò un poco, con la sigaretta che fumava tra l'indice e il medio della destra.
—Tornato qui,—riprese,—ho incontrato di nuovo Duccio Massenti come amico di casa e consigliere. Sta bene. Egli non ha detto nulla ed io non ho detto nulla della nostra antica conoscenza e di una gita in barca, durante la quale io, fanciullo innocente, ho scoperta la trama ch'egli andava tessendo.
S'interruppe ancora; quindi con voce secca e metallica, una voce diversa da quella con cui parlava abitualmente a sua madre, seguitò:
—Ma occorre che tu lo avverta di star quatto e di non dare consigli sopra un argomento così geloso come è la mia carriera. Bisogna ch'egli non si occupi assolutamente di me, se vuole che io non mi occupi assolutamente di lui. Tu capisci, mamma, che si tratta d'una vera necessità. Può consigliare chiunque sopra qualunque cosa, non me sopra la letteratura o il commercio. Mi ha già fatto male. Non me ne faccia altro!
Ripetè con la voce stridente e un lampo negli occhi:
—Non me ne faccia altro!…