—Ascolta!—disse Nicla.

Tesero ambedue l'orecchio.

Veniva dal fondo uno stormire di foglie, un frullo, un pispigliare sommesso, come se il bosco intero agitato dalla brezza fosse stato percorso da un fremito voluttuoso; e di tanto in tanto qualche vecchia corteccia si screpolava scricchiolando.

Sole voci del mondo, giungevano confusi, quasi interrotti dall'intrico di foglie e di rami, i suoni delle campane che la lontananza faceva più flebili. Su qualche tronco le cicale ostinate mandavano con le elitre uno stridulo saluto al giorno agonizzante.

Aliava intorno lo spirito del bosco, che chiedeva ombra dopo tanto sole. Il cielo trascolorava: si smorzava la porpora, si faceva opaco l'oro.

Nicla parlò sottovoce, mentre, appoggiato un gomito sulle sue ginocchia, Bruno la guardava.

—Qui ti ho cantato i versi la prima volta,—ella disse.

—Sì,—rispose Bruno.

Anch'egli parlava a bassa voce, per non turbar le armonie e la deliziosa pace del luogo.

—Sì, e da quel giorno ho cercato con bramosia i libri a ritrovar la musica che tu mi avevi svelata.