Ecco; tornava fanciullo; era il faunetto impertinente; pensava alla Croda grinzuta, al Re moro, alla bandierina con l'asinello, e voleva far uccidere Duccio che aveva offeso Nicla.

Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.
Noi coglierem per te fiori animati,
Esperti de la gioia e de l'affanno:
Ei le storie d'amor dei tempi andati
Ti ridiranno.

Balsami arcani, veramente, erano stati colti per lui.

Che poteva ancora chiedere? Tutta l'anima d'una vergine sbocciata appena, gli si era votata per l'esistenza intera. Tutta l'anima d'una donna senza macchia gli si era data per sempre.

Egli l'aveva incatenata al suo destino, ed ella non viveva senza di lui; egli poteva distruggerla o levarla in alto, farla sbiancar di contento o morire d'angoscia. Che doveva più chiedere? Serrava nel pugno la sorte d'una creatura umana.

A vent'anni, quando gli altri balbettano appena le prime parole della scienza di vivere, egli era un dominatore. Doveva partir di là, frangere i ceppi, scagliarsi nella lotta per giungere alla gloria; e gettar quella corona ai piedi della donna, pronta a gettare per lui l'aulente corona della vita.

Due lagrime gli brillarono un attimo sulle ciglia e scesero silenziose per le guance.

Nicla, curvandosi un poco, lo baciò sulla bocca.

Egli si svincolò dalla stretta e si guardò intorno.

—Amore mio,—disse,—è tardi!