Si levò; e Nicla si levò pure con un atto di pigrizia.

La luce andava mutandosi.

Mentre Nicla cantava, l'oro, la porpora s'erano illanguiditi.

Prima d'indossare il suo mantello d'ombra che lo avrebbe affondato tra le altre ombre, tenebra nella tenebra, il bosco si rivestiva d'un manto di viola in cui vibravano gli ultimi riflessi del sole e poche pagliuzze d'oro pallido.

Le fronde avevano moltitudini di velluto, e la radura era un'ampia distesa, un tappeto vasto sul quale avrebbero danzato tra poco e amadriadi e satiri; e tutto era circonfuso da quella luce di viola, che partendo dai morenti sprazzi sanguigni del cielo, sfumava e si perdeva in toni infiniti di bigio e di ferrigno.

Ritti in piedi, Bruno e Nicla s'abbracciarono.

Poi ella abbassò la testa con grazia, perchè il faunetto impertinente potesse baciarla dietro l'una e l'altra orecchia, come aveva pensato fanciullo, come aveva desiderato più tardi, come aveva sognato sempre.

—Andiamo!—disse Nicla, scuotendosi.

E tenendosi per mano, s'avviarono.

Precipitava l'ombra alle loro spalle; il manto di viola divenuto grigio si faceva rapidamente fosco; l'armonia dei colori si dissolveva nel buio, il vento sibilava tra i rami e aggirava in terra le foglie a ballo tondo.