—Ho capito,—ripetè Bruno.—Non voglio che tu mi spieghi.

Che cosa egli avesse capito, la fanciulla non potè sapere.

Ma intuì che il piccolo aveva ragione.

Perchè spiegare? Perchè determinare l'idea, circoscriverla, farla esatta, mentre Brunello sentiva, vedeva, viveva un suo mondo, sterminatamente più grande di lui, nel quale egli si smarriva con gioia, nel quale incontrava fantasmi e luci, che nessuno avrebbe potuto indicargli se non rimpicciolendoli?

E Nicla seguitò:

Ti ridiranno il gemer de la rosa
Che di desìo su 'l tuo bel petto manca,
E gl'inni, nel tuo crin, de la fastosa
Sorella bianca.

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti
De l'ametista grotte e del cristallo,
Ove eterno le forme e gli elementi
Temprano un ballo.

Bruno ascoltava senza più respiro.

Nicla fece una pausa, s'avvicinò al fanciullo, e presogli il capo fra le mani, lo baciò due volte.

—Ti piace, dunque?—ella disse, felice.—Più che le favole, più che giuocare al cavallo, più che stare sui miei ginocchi a leggere i viaggi?