O l'incontro non avrebbe avuto seguito, e a Nicla sarebbe stata risparmiata un'altra ora noiosa di avvertimenti e di rimproveri?
In verità, fino a quel giorno, il conte s'era ben guardato dal richiedere non chiesto l'amicizia della famiglia Dossena.
Viveva nella sua villa, con un domestico, una cuoca e una governante vecchia. Riceveva visite di gente che veniva da Milano, uomini e donne, che eran forse i suoi compagni di piacere. Usciva con questi a far gite nei dintorni, e sebbene tutti in paese si occupassero di lui, egli aveva l'aria di non occuparsi d'alcuno.
Con Nicla fu discreto, e non passò più pel bosco.
Dato uno sguardo alla fanciulla, di cui udiva raccontar maraviglie da Bruno, e giudicatala subito, aveva lasciato il bambino a quelle mani fidate.
—Il papà ha detto che di mamma ne basta una—raccontò Bruno l'indomani—, ma che tu sarai mia sorella. E che tu sei come egli aveva pensato. Aspetta. Tre cose. Ecco: timida, bella, e pura. Allora tu sarai mia sorella. Lo ha detto il papà. E ha detto anche che il difetto dei bambini, è che per farli ci vogliono le mamme….
Quando Bruno raccontava, con una loquacità la quale non era del suo carattere, ma si sfrenava innanzi a Nicla pel bisogno di confidarsi, la fanciulla lo lasciava andare fino al primo intoppo, fin quando, cioè, non avesse riferito qualche stravaganza o non avesse esposto qualche sua opinione zoppicante.
Udendo un così cattivo giudizio sulle mamme, Nicla lo fermò subito:
—Belle cose ti dice il papà!
—Non è vero? Il papà dice sempre belle cose!—confermò Bruno ingenuamente.