—No; ora la mamma viene soltanto a vedermi. Il papà la aspetta, e per ciò la governante è vecchia.

Nicla non trovò la forza di sorridere.

V.

Bruno mancò infatti per alcuni giorni al solito convegno sulla riva del lago, e Nicla lo vedeva passar dal giardino insieme a una signora giovane e sottile, vestita con semplicità costosa.

La contessa Clara Dolores aveva capelli castani, volto pallido e piccolo in cui ardevano lunghi occhi scuri. S'indovinava in lei subito un temperamento impressionabile, mobilissimo, fantastico, alla rivelazione del quale la bocca dalle labbra rosse un po' tumide aggiungeva una nota di passione.

Era scesa all'albergo Bellevue e si recava ogni giorno alla villa Florida, di là dalla villa Dossena, a prendersi Bruno per condurlo a spasso e poi a colazione e a pranzo.

Nicla evitava d'incontrarli, ma quella giovane dritta, magra, nervosa, una frustata nell'aria, le aveva, appena intravista, prodotto una sensazione di piacere e di meraviglia.

La psicologia di Bruno le si chiariva, pensando a suo padre, volontario e ostinato schiavo di tutti gli appetiti, e a sua madre, sul cui volto si leggevano l'estro e l'impulso.

Venuto da quei due, dai quali ereditava, sommati, gusti e inclinazioni e rare sensibilità, che dovevano essere causa di molti dolori a coloro che gli volevan bene, Brunello non poteva essere un fanciullo come tutti gli altri.

Nicla s'era illusa. Sarebbe stato meglio o peggio: più suscettivo, più intelligente, più sensuale, straordinariamente aristocratico, cioè lontano dalla folla e dai suoi talenti; uno di quegli uomini il cui destino sta come in cima a una fiamma, che l'aria fa tremare e volgere a capriccio, o lancia ebbra in alto con impeto.