E staccata a un tratto dalle abitudini quotidiane per le quali aveva fatto della propria e della vita di Bruno quasi una cosa sola, chiedendosi perchè si fosse tanto stranamente occupata d'un ragazzo che non le apparteneva, Nicla doveva convenire seco stessa che sarebbe stato meglio lasciarlo a quel suo destino, a quei parenti che se lo disputavano, a quelle diversità il cui aspetto l'aveva subito colpita.
Fu distratta in quei giorni anche dall'arrivo improvviso del conte
Duccio Massenti.
Veniva dalla Svizzera, era sceso egli pure all'albergo Bellevue, e s'era tosto recato a far visita alla famiglia Dossena.
La signora Carlotta e il signor Maurizio lo vollero alla loro tavola per il poco tempo che si sarebbe trattenuto; e Nicla lo accolse ridendo, perchè egli subito l'assicurò che avrebbe presto ripreso la via dell'esilio al quale ella lo aveva condannato.
—Esilio, esilio,—ripetè la fanciulla, arrossendo un poco innanzi a suo padre.—Le ho detto di star lontano da questo villaggio, sapendo che non si sarebbe divertito. E confessi, infatti, che a Lucerna….
—A Sonnenberg,—precisò Duccio.—È un poco più su di Lucerna, e vi si arriva con la funicolare.
—A Sonnenberg si sta meglio, lo confessi!—concluse Nicla.
—C'è un solo grande albergo, e c'è più gente, ecco tutto, e tutta la gente è in quell'albergo, e ci si conosce tutti,—rispose il giovane.—Dall'alto, la vista del lago dei Quattro Cantoni, invece che del nostro. Per tutto il resto, la solita vita.
E parlarono d'altro, dei forestieri che dimoravano in paese e della contessa Clara Traldi di San Pietro.
—È una signora molto fine,—osservò Nicla.—Lei forse l'ha conosciuta, conte?