—È strana!—rispose Duccio.—Bella, veramente, non direi. Io ho della bellezza un altro concetto.
E i suoi occhi squadrarono la fanciulla da capo a piedi, con involontaria audacia. Ma subito ridivennero calmi.
Rammentava ciò che Nicla gli aveva detto: occorreva ch'egli sapesse farsi tollerare; e diligentemente studiava di non importunarla e di rispettarne la libertà ch'ella godeva in campagna. Non mancava mai di portar fiori e dolci a lei e a sua madre, ma si guardava dall'accompagnarla nelle sue passeggiate e dallo starle troppo accosto.
Dopo colazione s'intratteneva col cavalier Maurizio a parlar di terreni, d'industrie e di politica, o giuocava a carte con la signora Carlotta pazientemente.
Nicla aveva finito per guardarlo con occhio benevolo, quantunque fosse ancora lontana dal partecipare all'ammirazione che per il giovane avevano e dichiaravano il padre e la madre di lei.
—Sì, è un buon ragazzo! ~ ella diceva, come estrema concessione.
—Compìto, attento, gentile, generoso, intelligente,—seguitava sua madre,—serio, avveduto, probo….
E la fanciulla prendeva il suo grande cappello carico di papaveri e usciva a cantare per il bosco.
Ma un giorno, tornando dalla solita passeggiata, le toccò una grande emozione. Vide venire a lei correndo il piccolo Bruno, seguìto da un grosso cane di Terranova, e poco lungi, ferma sulla strada, la contessa.
—Vieni!—disse Bruno, gettandole le braccia al collo.—La mamma vuole conoscerti….