Nicla era anche intenerita per la bellezza fragile e l'amabilità signorile della contessa; e pensò che quel conte Fabiano doveva essere veramente un famoso briccone per mancar di fede a una donna che chiunque avrebbe potuto invidiargli.
—Bruno non ha saputo tacere!—ella si disse.—Mi vuole troppo bene, e l'amore gli deve essere scappato fuori dagli occhi.
L'indomani il conte Duccio Massenti chiese alla signora Carlotta il permesso di fare con Nicla una gita sul lago. Egli aveva pronta la lancia dell'albergo con due rematori. Sarebbe ripartito la sera medesima per la Svizzera, e prima di allontanarsi desiderava rubar finalmente un'ora alla selvatica abitatrice dei boschi.
Dicendo questo, un poco alla signora Carlotta, un poco al cavalier
Maurizio, un poco a Nicla, egli sorrideva con qualche timidezza.
La signora aveva già notato, presso la riva, la lancia con due barcaiuoli in assisa bianca e fascia azzurra.
—Non allontanatevi troppo!—raccomandò con familiarità insolita.—Il tempo è incerto!
—Gironzeremo al largo, sotto i suoi occhi—promise
Duccio.—Signorina, mi dice di sì?
—Ecco!—rispose Nicla.—Vado a mettermi il cappello.
Era vinta dall'attitudine sommessa del conte, che cominciava ad ispirarle qualche simpatia e che sapeva pregare molto per le più piccole cose.
Ma quando fu nella lancia, seduta sugli stessi cuscini a fianco di lui, capì d'un tratto che probabilmente il colloquio sarebbe stato decisivo per la sua vita, e si fece diffidente, mentre il cuore le batteva forte nel petto.