—Ho saputo dunque farmi tollerare?—chiese Duccio, non appena la lancia prese il largo sotto la spinta vigorosa delle quattro braccia.
—Mi dia la barra del timone,—pregò Nicla senza rispondere.—Voglio guidare io, perchè i suoi barcaiuoli non ci portino troppo lontano.
E prendendo la barra con la destra, levò il capo a sorridere.
A una finestra della villa s'era affacciata sua madre, la quale osservava i due giovani belli che partivano nella lancia tutta candida come per un felice viaggio. Ma Duccio trovò in Nicla una resistenza sorda e ostile.
Ella fingeva di non comprendere le allusioni, e spesso rispondeva fuor di tono; più spesso interrompeva con un'osservazione frivola, guardando in alto le nuvole rosee o perdendosi a seguir con l'orecchio il tuffo dei remi.
Fece notare a Duccio la smorfia del primo barcaiuolo che ad ogni puntata torceva la bocca, e dichiarò che la bandiera a poppa, gialla a scacchi azzurri, era di pessimo gusto. Domandò s'egli sarebbe tornato ancora a Sonnenberg, se vi sarebbe rimasto a lungo, e chi vi avrebbe trovato; scherzò volubilmente, rise quando s'accorse che Duccio stava per parlare con gravità, fu capricciosa e a bella posta distratta.
Infine Duccio, vedendo ch'ella volgeva il timone pel ritorno, diede il crollo:
—Signorina,—disse.—Io ho bisogno di sapere che cosa ella pensa di me.
Nicla lo guardò e rise.
—Io? Nulla!—rispose tosto.