Erano scesi allo stesso albergo, insieme.
Duccio dedicava qualche ora a Nicla e alla sua famiglia, e si ritirava la sera all'albergo: la sera e la notte. Conduceva nello stesso tempo due intrighi, l'avventura piacevole e il matrimonio solido.
Clara Dolores non aveva colpa alcuna. Libera, mal conosciuta e abbandonata dal conte Fabiano, aveva disposto del suo cuore come più le era piaciuto, certo con l'illusione di trovare in Duccio Massenti l'uomo fedele e degno.
Fino a due giorni addietro, ignorava pur l'esistenza di Nicoletta Dossena, e ancora ignorava e avrebbe ignorato sempre che la fanciulla era desiderata dall'uomo al quale ella s'era data.
Poteva essere triste per Brunello apprendere più tardi che anche sua madre non aveva saputo resistere; poteva essere triste pel giovane che s'affacciava alla vita non trovar nella vita alcuna fede, e dover dubitare di suo padre e di sua madre.
Ma di fronte a Nicla, la contessa non aveva macchia.
Lo sciocco, il fatuo, l'immorale era egli solo, quel Duccio Massenti, già così slombato a ventisei anni da non sentire l'indelicatezza e la vergogna della sua condotta; melenso e maligno, trattava Clara Dolores come una facile avventura e Nicoletta come una più facile preda.
—Non mi ha fatto alcun male, vedi?—esclamò Nicla riprendendosi.—Voleva offendermi, e non vi è riuscito.
Il volto di Brunello si rabbuiò. D'un subito s'era ricordato che poco lungi di là, un giorno in cui leggevano un viaggio al paese delle pellicce, anch'egli aveva offeso Nicla, ed ella, gettatolo dalle ginocchia con rabbia, lo aveva rimandato a casa prima del consueto.
Nicla non gli aveva detto nulla allora, ma egli aveva capito ch'era offesa, perchè aveva voluto baciarla come le ragazze di Parigi, che si rotolavan con lui sul divano.