Finito il pranzo, stavano nella grande sala prospiciente il giardino a prendere il caffè.

Nicla guardava fuori, da quella porta sul cui limitare era comparso un giorno Brunello Traldi. Il cavalier Maurizio centellava, dopo il caffè, un bicchierino di liquore giallo; e la signora Carlotta si faceva aria col ventaglio, sfogliando con la sinistra sulla tavola una rivista di arte, di cui non comprendeva niente, nè figure, nè termini, nè scopi.

Nicla girò la poltrona verso sua madre.

Tornata a casa tardi, ancora agitata da quell'ora di tenerezza che il tramonto aveva chiuso, come una perla in un monile, in un cerchio delicato di viola e di porpora, ancora i capelli e le vesti odoranti di musco e d'umido e di molli cortecce cadenti, Nicla aveva trovato i suoi già a tavola, e aveva sentito intorno una silenziosa riprovazione.

—Il povero Duccio,—seguitava sua madre,—è venuto a salutarci prima di partire. E tu non c'eri. Dov'eri?… A spasso, pel paese, con quell'altro….

—Quale altro?—domandò Nicla.

—Il figlio del conte Traldi.

La fanciulla rise.

—Oh!—disse.—Che temibile rivale, un bambino di otto anni!

—Non si parla di rivali,—spiegò il cavaliere Maurizio, occhieggiando in giro per veder dov'era andata a finire la bottiglia faccettata del liquore giallo.—Si vuol dire che il tuo posto era qui.