Prima tornò a sedere Maurizio; poi Carlotta.
Seguì un silenzio, durante il quale Maurizio tracannò il secondo bicchierino, e non sapendo più quel che si facesse, riprese di sulla tavola e di sotto il naso di Carlotta la bottiglia faccettata, e se ne versò un terzo.
—Ma i motivi?—interrogò severo.—Capisco un'esitazione, un dubbio, una ritrosia. Capisco una risposta che chieda tempo. Non capisco un rifiuto definitivo, e senza discussione. Non capisco, insomma, il mai! Per questa parola, i motivi devono e non possono non essere che gravissimi.
Si chinò a sorbire dall'orlo il liquore che traboccava, e ripetè:
—Gravissimi!
A Nicla tornarono in mente i tempi in cui suo padre gridava: «Il palcoscenico no!».
—Maurizio dice giusto!—incalzò la signora Carlotta.—Per mettere alla porla un gentiluomo, poichè lo hai messo alla porta, occorrono ragioni di gravità eccezionale.
—I motivi ci sono, naturalmente!—ribattè Nicla.
Carlotta e Maurizio si guardarono stupefatti. Passavano di maraviglia in maraviglia. Avevan creduto prima a uno scherzo fanciullesco, poi a una sventataggine forse ancora rimediabile, e infine, contro ogni verosimiglianza, si trovavano innanzi a motivi gravissimi che frustravano le loro speranze e mandavano a rifascio un matrimonio di prim'ordine.
—Siamo qui ad ascoltare!—disse Maurizio, vedendo che Nicla non aggiungeva parola.