—Alla Croda!—ordinò Nicla.
La lancia prese il largo; scintillavano sotto i raggi le pale dei quattro remi bagnati, come le zanche d'un velocissimo insetto.
Tornando dal bosco la sera innanzi, Bruno aveva pregato Nicla di fare l'indomani una gita in barca fino alla Croda, ch'era un frangente a fior d'acqua, a venti minuti circa dalla villa Carlotta.
Di quella roccia grinzuta, morsa e bucherellata dall'onda, con seni e rientranze e culmini e schiene e venature, Bruno aveva fatto un suo dominio.
Vi aveva passeggiato altre volte con Nicla, dando nome ai solchi e alle vette, versando acqua con le mani nelle cavità per farne mari e fiumi, stabilendo nel mezzo una capitale, animando con la fantasia lo scoglio grigiastro, come sotto i suoi occhi brulicasse la vita d'un intero continente.
Ma da più tempo, rapito dal piacere di correre pel bosco, pareva aver dimenticato il suo isolotto.
E non se n'era rammentato che la sera stessa della gita in barca, con Nicla e Duccio, per aver pretesto a un'altra gita, la quale cancellasse dal suo cuore e dal cuore di Nicla la triste impressione, il ricordo amaro della prima.
Nicla aveva capito.
E per fargli intendere a sua volta ch'ella apprezzava il suo sforzo e che si prestava a chiudere per sempre quel molesto episodio, gli era comparsa innanzi con l'abito che non aveva mai indossato, con un cappello nuovo, diversa da quella ch'egli aveva veduta con Duccio, «ancora più bella».
Egli aveva subito inteso.