—Chiedo scusa,—disse questi, felice d'interrompere una conversazione, che gli faceva perder tempo.—Devo dare qualche ordine….
—Vada, vada. Arrivederla!—consentì Vittorina.
E guardò in alto. Pioveva un'acqua sottile e fredda, che pareva iniziare un autunno precoce: per la strada, rapidamente spopolata, passavano radi uomini malcontenti sotto gli ombrelli lucidi; un cavallo era scivolato sull'asfalto nero all'angolo della via, e un gruppo di curiosi gli stava intorno, osservando gli sforzi del cocchiere, che voleva rimettere in piedi la bestia senza sfibbiarne le tirelle.
Celso Ornavati fece segno a una vettura pubblica; e mentre dava la mano a Vittorina per salire, disse, come concludendo un pensiero che lo aveva occupato fino a quell'istante:
—La cosa, del resto, non è punto strana.
Salì egli pure, si mise a fianco della moglie, e dato al vetturino il nome d'un caffè, riprese:
—Tutti i grandi scrittori, tutti i grandi artisti, tutti gli uomini che avevan da dire o da fare qualchecosa d'originale, han cominciato sciupando il loro tempo, per assecondare la famiglia; sono stati commessi, scrivani, impiegati, copisti…. Poi un bel giorno han trovato il coraggio di rischiare il gran colpo, si son ribellati alla tirannia di casa, e si sono gettati a mare. Io ho avuto un amico….
Era una specie di ritornello nei discorsi serii di Celso, la frase: «Io ho avuto un amico….» Il numerò dei suoi amici sarebbe stato incalcolabile, se veramente fossero esistiti tutti quelli dei quali citava la vita e le gesta a suffragarne qualche tesi o un qualsiasi ragionamento.
—Io ho avuto un amico, il quale è oggi un romanziere celebre. Ebbene aveva già pubblicato un romanzo, quando per compiacere la famiglia che non vedeva scaturir danaro dal libro, dovette acconciarsi a tener la contabilità in un magazzino di formaggi, poi i registri presso una Società d'Assicurazioni.
Vittorina si guardò dal chiedere il nome del romanziere celebre; e indispettito, Celso continuò come avesse voluto rintuzzare le più vive obiezioni.