Il lussuoso appartamento che, al ritorno da Stresa, Folco Filippeschi aveva fatto addobbare, fu aperto a ricche feste.

Cessato col lutto l'obbligo del silenzio e del riserbo, Gioconda voleva divertirsi come conveniva alla sua età e come le permetteva la sua alta posizione sociale.

Le feste di casa Filippeschi erano molto frequentate; i corteggiatori crescevano di numero, non soltanto per la fama di bellezza che la contessa godeva, ma per la rinomanza della sua virtù.

Alcuni celebri bellimbusti le stavano intorno, animati dal cieco istinto malvagio di distruggere quella virtù, di calpestare qualche cosa di sacro.

Gioconda era imperturbabile.

Tra gli assidui contava i vecchi amici e li prediligeva: Celso e Vittorina Ornavati, Ariberto Puppi, Nenni Forcioli. Il quale da tempo andava dicendo che doveva recarsi a Parigi per comprare cavalli, e il momento infatti era buono. Ma non si muoveva.

Aveva egli solo trovato la maniera giusta di far la corte a Gioconda. Non le diceva alcun complimento, quasi fosse cieco alla sua bellezza, ma le provava coi fatti che per lei trascurava i più pressanti interessi, mutava abitudini, non reggeva a viverle lontano. Era un corteggiamento serrato ed efficace, del quale nessuno poteva avvedersi; anzi, osservando che per Gioconda non aveva mai una parola che non fosse comune, una premura che non fosse convenzionale, gli amici giudicavano Nenni un orso.

Ariberto Puppi soltanto non si lasciava cogliere a quelle apparenze.

Aveva notato che la contessa, impassibile con tutti, sembrava un poco nervosa quando Nenni tardava. Una sera, durante un ricevimento, nell'attraversare la serra, Ariberto aveva veduto la contessa passare in fretta: seduto sopra un divano di vimini era Nenni Forcioli; e la contessa gli aveva dato la mano a baciare. Di certo ella non aveva attraversato la serra che allo scopo di veder Nenni e di lasciare ch'egli posasse a lungo sulla sua mano le labbra ardenti.

Ariberto fece in tempo a ritrarsi; e imbattutosi con Folco, gli disse bruscamente: