Gioconda tacque al ricordo che le portava innanzi sua madre.
—Ora sei felice,—seguitò questa.—Giovane, bella, ricca, godi tutta la tua libertà….
Eran le parole che Vittorina Ornavati aveva detto a Folco.
—La mia libertà!—ripetè Gioconda.
—Oh certamente! Io potrei uscir la mattina e tornar la sera, e Folco non mi domanderebbe dove sono stata….
—Grande fiducia, grande stima,—spiegò il signor Piero.—E te la meriti!
La contessa non volle ribattere.
—Vedete qua,—ella soggiunse.—Quando ricevo una lettera, la lascio sul tavolino, sulla sedia, dove il caso vuole. Non c'è pericolo che Folco ne guardi nemmeno la soprascritta.
—Grande stima! ripetè il signor Piero.
Gioconda alzò le spalle. Non poteva non pensarla diversamente; e le pareva ridicolo ch'ella non avesse a temer nulla da suo marito, potesse essere anche imprudente con lui, mentre doveva guardarsi da Ariberto Puppi.