La presenza assidua di costui cominciava ad infastidirla. Era un amico, ma un amico ingombrante, che aveva occhio a tutto, che solo aveva letto nel cuor di lei, che sembrava vigilarla da tempo e col suo contegno riservato le esprimeva un muto rimprovero, quasi uno stupore doloroso.

Egli aveva còlto più d'una volta, involontariamente, la contessa e
Nenni Forcioli mentre parlavano sottovoce.

La contessa e Nenni si cercavano. Per lui ella aveva ripreso amicizia con certe famiglie presso le quali era certa d'incontrarlo; ed egli per lei non mancava a una festa, sebbene di solito per lo passato se ne astenesse, perchè non ballava e non poteva divertirsi; piccole gradazioni, che allo sguardo penetrante d'Ariberto non andavano perdute.

In quei trattenimenti, la contessa e Nenni non avevano occasione di star molto insieme; tutt'al più giuocavano a bridge allo stesso tavolino. Ma nessuna festa finiva senza che il Forcioli trovasse maniera di parlare a Gioconda brevemente, con frasi rotte, con emozione; e quantunque Gioconda non rispondesse, si allontanava sempre un poco pallida e turbata.

—Uhm!—andava dicendo Ariberto a sè stesso.—Dov'è Folco?…

Folco era, come le leggi mondane esigono, dappertutto fuor che presso sua moglie; non si vedeva al fianco di lei se non per accompagnarla alla festa e ricondurla a casa.

La contessa era mutata. Si occupava poco anche della piccola Lillia. Cercava con avidità di distrarsi, non come una volta, per vedere ciò che non aveva mai veduto, per inebbriarsi di lusso e di rumore; ma come per isfuggire a sè medesima, a un pensiero che la incalzasse, a una tentazione che la circuisse. C'era qualche cosa nella sua vita che le stava sopra e la perseguitava.

Un giorno, mentre prendeva il tè in casa Filippeschi ed era presente anche Folco, Ariberto notò che Gioconda non aveva più il suo bel rubino col motto.

—Forse l'avete perduto?—chiese ingenuamente.

La contessa arrossì.