Il padrone.
Miss Mary Garnett, la governante, inglese, venne ad avvertire la contessa che la piccola Lillia non voleva alzarsi: era molto rossa in faccia, e miss Mary Garnett temeva avesse la febbre.
Gioconda stava facendo colazione con Folco nella piccola sala da pranzo di puro stile veneziano del decimottavo secolo; era la sala a cui non accedevano invitati. Gioconda la preferiva alla grande, di stile fiorentino, vasta, magnifica, un po' tetra. Gli specchi veneziani chiusi in cornici di pallido oro riflettevan le imagini come attraverso un velo; i mobili eran ricoperti di stoffe antiche dal color bigio stinto. La piccola sala aveva qualche cosa di raccolto, dava un senso di intimità silenziosa, che, nella città dai rumori incessanti, era incantevole.
Da poco avevan recata la posta.
—Queste sono per te!—aveva detto Folco, consegnando a Gioconda alcune lettere.
E mentr'egli leggeva quelle che portavano sulla busta il suo nome, Gioconda apriva con un tagliacarte sottilissimo le sue, quasi tutte di donne; una sola con calligrafia maschile, alta, verticale, precisa come uno stampato: la calligrafia d'un uomo risoluto e tenace.
Non appena udì ciò che miss Mary Garnett le riferiva, la contessa gettò le lettere aperte sulla tavola e si alzò precipitosamente.
—Vado a vedere!—disse a Folco.—Spero non sia nulla. Stanotte stava benissimo.
—Non sarà nulla,—confermò il conte.—Miss Mary Garnett è sempre pessimista.
Gioconda uscì.