Folco trovò Gioconda curva sul visino di Lillia; era in tutto il volto della contessa un'ansia trepida, uno smarrimento, che la faceva quasi irriconoscibile. Anche Folco si chinò a guardare la bambina, la quale teneva gli occhi chiusi, e un breve lagno le sfuggiva di tra le labbra.
Il medico venne, studiò Lillia con attenzione, poi si rivolse alla contessa:
—La febbre non è alta. Credo si tratti d'una semplice indisposizione.
Folco vide una maschera di dolore arcigno cader dal volto di Gioconda: i colori le tornarono alle guancie, la luce agli occhi; le sue labbra sorrisero.
—Ora la lascino riposare,—consigliò il medico.—E Lei, contessa, non abbia timore.
S'allontanarono. Folco non disse parola. Il dottore scrisse una ricetta e promise che sarebbe tornato.
—Venga alle due,—pregò Gioconda,—perchè alle tre ho un appuntamento.
Folco rattenne a fatica un guizzo.
Quando il medico si fu congedato, Folco domandò con indifferenza:
—Hai un appuntamento alle tre?