—Sì,—confermò Gioconda.—Non si tratta che di combinare con la contessa Stefani quella fiera di beneficenza…

Folco non obiettò nulla. Non aveva mai udito parlar di fiera, ma poco gl'importava, sapendo benissimo dove e da chi Gioconda era aspettata.

Da chi? No: veramente egli non sapeva; quella calligrafia gli era ignota; si trattava d'un uomo ch'egli non conosceva o non aveva mai avuto occasione di scrivergli: qualche cacciatore di femmine, qualche libertino, che faceva il suo mestiere; il nome non contava. Folco si chiuse nel suo studio; era annientato dalla rivelazione.

Riudì all'orecchio il ritornello d'Ariberto: «La donna vuole un padrone: un pa-dro-ne!»

Gioconda l'aveva trovato: egli, Folco, non era capace di far da padrone; egli era un pover'uomo, un letteratoide, un ambizioso andato a male.

Rise beffardamente.

—Chi sa?—disse ad alta voce.—Chi sa ch'io non sia capace di far da padrone?

A tavola, verso mezzogiorno, scrutò Gioconda; fingeva di mangiare, ma tutto restava sul piatto; era irrequieta, distratta, nervosa. Folco notò che, contrariamente alle sue abitudini, bevve due bicchieri di Porto.

—Sei stato a trovare Lillia?—ella chiese.

—Sì,—rispose Folco.—Mi pare stia meglio.