E cominciò a discorrere. Sentiva dentro di sè un'allegria stravagante, una voglia di ridere, di scherzare, di correre, che veniva dall'incubo tremendo di quelle ore, dall'angoscia spaventevole ch'egli conteneva con tutte le sue forze.

Gioconda rispondeva appena, curvata sotto un pensiero troppo grave. Era il pensiero di Lillia? era il pensiero dell'appuntamento? Folco non avrebbe saputo rispondere: forse l'uno e l'altro le attanagliavano l'anima e pesavano tanto ch'ella non riusciva più a fingere. Verso le due, la contessa chiamò la cameriera e le diede ordine di prepararle l'abito per uscire.

Folco, il quale era presente, con un giornale tra le mani, alzò il capo.

—Sei sicura di poter uscire?—domandò.

—Ma certo,—ella rispose.—Non credi che Lillia migliori?

—Lo dirà il medico.

Gioconda si ritirò nella sua camera, e quando il dottore giunse, Folco vide ch'ella era vestita.

Indossava un abito nero, semplice, che le dava una grazia quasi di fanciulla, una bellezza nuova di riserbo e di verecondia. Gioconda osservò che Folco era pallidissimo e tremava.

—Non ti spaventare tanto,—ella disse.—Lillia sta meglio.

Folco guardò l'orologio.