Poi mentalmente si felicitò seco stesso; non aveva perduto il suo tempo: due begli aforismi alla maniera di Oscar Wilde; e nella sua villa sul Lago Maggiore doveva nel pomeriggio condurre a termine un acquerello con effetto di tramonto. Per diventare un grande artista non gli mancavano che un padre brutale, una madre feroce e una moglie intrattabile…
II.
Il pretesto.
A giudicare dagli invitati alle nozze e al banchetto, si poteva di primo acchito comprendere che il conte Folco Filippeschi, giovane di ventitrè anni, sposava una fanciulla che per nascita, per educazione, per parentado, per amicizie, non era degna del grande casato di lui nè della classe sociale a cui egli apparteneva.
Tutti i congiunti di Gioconda Dobelli eran della partita: gente semplice e onesta, piccoli impiegati, capi-fabbrica, sarti, modiste, commessi, merciai. Anche quelli che di solito non frequentavano la famiglia della sposa, s'eran d'un tratto rammentati dei vincoli di sangue o di lontana consuetudine e s'eran fatti invitare per vedere il nobilissimo giovane, rallegrarsi alla buona, trattarlo in confidenza, pranzare alla sua tavola, godere in qualche modo della fortuna che passava.
Un numeroso e chiassoso corteo; quasi una folla dalla casa al municipio e dal municipio alla chiesa e dalla chiesa al grande albergo, aveva fatto coda agli sposi. E non piccolo era il gaudio degli invitati, alcuni dei quali s'adagiavano per la prima volta di lor vita in carrozze con pariglie e per la prima volta vedevano una tavola fiorita, con ricche argenterie e cristalli di vario colore. Le donne toccavano e soppesavano i gioielli che Folco aveva regalato e che Gioconda portava al collo, alle mani, alle orecchie, al petto; e non v'era femmina nel suo abito da festa che non sussurrasse alla fanciulla una parola di sincero augurio o d'invidia senza acredine; le maritate maliziose scherzavano sul prossimo viaggio di nozze e sulla prima tappa; le nubili studiavano gesti, sguardi, espressioni della felice amica, della parente fortunata, quasi avessero voluto imparare come si fa la sposa o cogliere il segreto pel quale Gioconda era salita a tanto.
Dei parenti di Folco, non uno; non uno fra i regali, che provenisse da casa Filippeschi; pochi amici di lui, giovani e scapati, eran presenti alle nozze, piuttosto per vedere il bizzarro corteo di buona gente ignara, che per dimostrare a Folco la loro approvazione o almeno il loro tacito consenso. Ed eran quelli che più davano pensiero allo sposo; perchè, abusando della conoscenza del mondo e delle consuetudini d'eleganza, si pigliavano leggermente beffe delle modeste loro dame, o trattandole con esagerata cavalleria e con grottesche cerimonie, o aizzandole a spifferare spropositi.
Una cugina in terzo grado della fanciulla, Giustina Baguzzi, voleva sapere dal conte Forcioli che cosa mangia il Re, supponendo che aristocrazia e Corte fossero farina del medesimo sacco. E il Forcioli inventava le più pazze cose, i manicaretti più inconsueti che la fantasia poteva suggerirgli e gli usi più buffi, per descrivere il pranzo regale, l'altra ascoltava a bocca aperta. Il marchese Puppi aveva dato a intendere alla sua dama che nei grandi pranzi non si fa uso se non della mano sinistra; cosa agevole per lui, ch'era mancino; ma la voce correva, e dalle dame in giù tutti faticavano a tagliare, infilzare, mescere con la sinistra; e la tovaglia candida e le ghirlande di fiori ne vedevano gli effetti.
Chiuso tra quella accozzaglia di gente che in parte gli era sconosciuta, punto dagli scherzi degli amici ch'egli giudicava di cattivo gusto, mortificato di non aver visto, non ostante le lettere e i telegrammi, un solo biglietto d'augurio dei suoi parenti, Folco Filippeschi avrebbe sentito quel giorno il peso della sua irrimediabile follia, se di fronte non avesse avuto Gioconda. Gli bastava di levar gli occhi, d'incontrar gli occhi di lei, che parevano tagliati nella pietra avventurina, bruni con pagliuzze e punti d'oro, per dimenticare ogni cosa intorno e gustare finalmente una gioia calda, una felicità piena, che gli avvivava tutta l'anima.
Gioconda era sua per la vita intera; Folco non vedeva più oltre.