—Chi sarà quella signora?—insistette Vittorina.
—È una signorina, ti dico,—s'ostinò Celso.—Come vuoi ch'io sappia?
Domandalo al portiere.
Vittorina per seguire il consiglio di suo marito s'accingeva a chiamare un ragazzo dalla giubba rossa, quando la giovanissima si fermò al passo d'un signore che le teneva dietro; e Vittorina stette a osservarli.
Era il nuovo venuto un giovane sui trentacinque, precocemente segnato da un'esistenza troppo irregolare o dalle stimmate delle razze che si estinguono. Camminava incerto, e, quasi per ostentare la sua debolezza, s'appoggiava con gesto esagerato a un bastoncino d'ebano inghirlandato di pampini d'oro, che impugnava con la sinistra e che certamente era troppo esile per sostenere la persona piuttosto alta dell'uomo. Le fattezze di lui eran tese, come tirate da uno spasimo o da uno sforzo, la cui frequenza gli avesse ormai formato una maschera immutabile. Non si poteva giudicar l'età ancor fresca di lui se non dai baffi, dai capelli nerissimi, dalla vivacità dello sguardo, dalla mancanza di rughe alle tempie e intorno agli occhi.
—Ah, siete voi!—disse la giovane con un buon sorriso.—Guardate che tempo!… Sono molto inquieta; doveva esser qui da almeno tre quarti d'ora….
—Non c'è alcun pericolo,—assicurò l'uomo, chinandosi a baciar la mano inanellata della giovane.—Un modesto uragano che va allontanandosi.
—Io sto sempre col cuore sospeso, quand'egli parte coll'automobile. È difficile trovar due anime dannate come lui e il suo meccanico; fanno a chi più commette audacie….
—Volete che sediamo?—disse l'altro, gettando un'occhiata alle poltrone intorno.—Sapete che io ho l'onore di non poter reggermi in piedi più di dieci minuti.
—Come state oggi?—domandò la signora, prendendo posto in una poltrona, a due passi da Vittorina, della cui presenza non si era accorta o non si curava.
L'uomo trasse con la sinistra dalla tasca posteriore dei calzoni un astuccio d'oro, e offerse una sigaretta alla sua interlocutrice.