Folco prende parte alla felicità della giovane; è felice egli pure della ingenua gratitudine ch'ella gli dimostra.

Gioconda spedisce ogni giorno un diluvio di cartoline e di vedute alle sue amiche: viene da gente oscura, vive tra la luce; desidera che quella gente sappia di qual luce viva e qual'è la sua gioia.

Folco osserva, lasciando che si sbizzarrisca. Gli pare un poco strano ch'ella si senta ancor legata al mondo da cui l'ha tolta e che ne voglia eccitar l'incanto o l'invidia: non ha saputo ancor formarsi l'animo del presente, obliando i giorni di dubbio, di attesa, di miseria. La contessa Gioconda Filippeschi manda cartoline a un capo fabbrica, alla moglie di un tramviere, alla figliuola di un bollatore di lettere. Folco osserva e non dice nulla.

Ma la contessa ha la preferenza per la madre: le scrive quasi quotidianamente, narrando le sue giornate; è ancora sotto il dominio di quella scaltra donna che ha fatto la fortuna della figliuola grazie al raggiro e la perfetta grazia della menzogna. Folco non può dimenticarlo.

Una sera vede la contessa a tavolino, con la penna nella destra, come di solito.

—Scrivo alla mamma,—ella spiega.—L'avverto che andiamo a Versailles domani, perchè le sue lettere non abbiano a perdersi.

—Sarebbe una vera disgrazia!—ribatte Folco ironico.—E poichè le scrivi, dovresti dire a tua madre che non c'era alcun bisogno di mentire per costringermi a sposarti. Ti avrei sposata lo stesso.

Gioconda, già stupita del tono insolito con cui parla suo marito, abbandona la penna, e chiede:

—Che significa?

—Era inutile,—spiega Folco,—la storiella di Carlo Albèri: che se non ti avessi sposata io, ti avrebbe sposata lui.