Gioconda lo rammentava bene, del resto.

Sul finire del pranzo di nozze, Ariberto Puppi le si era messo vicino, abbandonando la sua dama Giustina Baguzzi, parente di Gioconda, e aveva detto a questa mille graziose parole, facendola sorridere spesso, ridere qualche volta.

Era stato il solo, fra gli amici di Folco, che in quella baraonda di gente avesse tenuto il contegno adatto. Egli poteva prendersi lievemente beffe di Giustina Baguzzi o di qualunque altra signora caduta in quella riunione come una mosca nel latte; ma Gioconda Dobelli, fatta quel giorno contessa Gioconda Filippeschi, non era, non poteva, non doveva essere che la contessa Filippeschi, moglie di un gentiluomo suo amico: nessuno aveva diritto a chiedere perchè, nè a rammentar la mancanza di cinque secoli di nobiltà alla sua famiglia.

Il contegno di lui aveva tale espressione. Ariberto s'era occupato di Gioconda, pur dicendole parole futili e leggere, come s'occupava delle grandi dame di sua conoscenza. S'era messo francamente tra lei e il piccolo mondo di sua origine, dando con abile naturalezza una lezione di forma ai parenti e alle amiche di Gioconda e, insieme, agli amici suoi, venuti al convegno per divertirsi.

Questi avevano capito; intorno a Gioconda s'era formato un circolo di gentiluomini, la cui discreta, attenta galanteria aveva richiamata la giovane alla realtà felice dell'avvenimento e al suo giusto significato.

Ariberto Puppi era di dodici anni circa maggiore di Folco; di diciassette, esattamente, più vecchio di Gioconda.

Ella voleva considerarlo vecchio, senz'altro; aveva calcolato che poteva esserle quasi padre, un papà mandatole dal caso fortunato. Ma s'era dovuta subito ricredere.

La vita di Ariberto Puppi narratale per sommi capi da Folco in una di quelle ore di confidenza in cui è più caro il letto nuziale, non le parve candida quale a un vecchio si conveniva.

Egli correva troppo il mondo; lo si rilevava, del resto, dal suo stesso linguaggio: aveva veduto l'Europa intera, non una, ma dieci volte; contava amicizie maschili e femminili non soltanto a Bucarest come a Pietroburgo, ma nelle alte classi sociali, come tra la gente di teatro, nel mondo degli scrittori, della diplomazia, degli artisti celebri, come tra gli specialisti da caffè-concerto. Sapeva la storia d'infinita gente: aveva pranzato alla tavola d'Edoardo VII e cenato con Rosa Belcolore; parlava di politica, sempre tenendo l'occhio al retroscena, che valeva per lui il retroscena della Boite à Fursy; non si sapeva di prim'acchito quando nominava Jack o Dmitriew se intendeva parlare d'un ministro plenipotenziario o d'un ammaestratore di foche. Dei diplomatici e dei Re, delle ballerine e degli uomini politici, delle imprese di teatro e dei governi faceva tutta una cosa. Disegnava figure e profili, raccontava abitudini visti dal vero. Non c'erano giornali meglio informati di lui; ossia egli diceva quel che i giornali non potevano dire.

No, non era il papà.