Gioconda lo constatò con grazia, scuotendo il capo, dopo che Folco le aveva detto di lui ciò che credeva opportuno di dirle per suo avviso.
—È un vero peccato!—osservò la giovane.—Noi avevamo bisogno di un papà: il tuo non ci vuole, il mio non sa; siamo giovani e la vita è difficile: possiamo aver bisogno d'un consiglio….
—Un consiglio si può sempre chiedere a un amico,—rispose Folco sorridendo.—Io credo che Ariberto sia sincero quando dice che mi vuol bene.
—Allora sarà il tuo papà,—concluse la contessa.—Egli sarà il tuo papà.
E la notizia fu comunicata, prima di partire per Parigi, ad Ariberto
Puppi, il quale alzò le braccia al cielo con gesto di desolazione:
—Ma quali consigli posso io dare a vostro marito?—esclamò.—Egli veste benissimo e sa leggere un orario: io non vado più oltre. Figuratevi, forse lo sapete, che traduceva François Villon, e io ignorava anche l'esistenza di quel poeta. Non me ne importa nulla, ma ciò può darvi idea della mia coltura!
Ariberto Puppi aveva la debolezza di mostrarsi in tutto assai peggio di quel che non fosse: ignorante, pigro, volubile, nullo. Stanco un giorno della rinomanza di bell'uomo, s'era tirato addosso una grandine di mali finti, si era foggiato una maschera, s'era messo a camminare come una navicella in burrasca, appoggiandosi, quando non se ne dimenticava, a un bastoncino d'ebano.
Gioconda aveva appreso con infinito stupore che tutti quei mali e quegli inconvenienti di cui Ariberto Puppi si doleva, non esistevano affatto; egli voleva figurare come un uomo finito: altri hanno la vanità di figurare sempre gagliardi.
La contessa ne aveva riso.
—È dunque vivo?—domandava a Folco.