Ma dove aveva letto quel profilo? andava chiedendosi.

Leggeva tanto poco, per abitudine, che non doveva essergli difficile rammentare una pagina. E la scovò infatti nella memoria. Aveva comperato le liriche del Villon e le aveva guardate qua e là, sbadigliando, tanto per sapere di che e di chi voleva occuparsi Folco Filippeschi; subito gli eran caduti gli occhi sulla pagina in cui il poeta parla con rancore della sua amante, l'ingannatrice docile.

Mentre i due, Folco e Gioconda, guardavan la scena, tornò a fissarli.

Era facile comprendere che il conte Filippeschi non vedeva nella contessa la donna, la moglie, la compagna, l'amica; vedeva la perfezione. Non aveva detto venti parole nella serata e lasciava parlar lei; la scrutava per sapere se godeva; era orgoglioso di leggere su quel volto piccolo e bruno l'espressione del piacere, stava attento ad ogni suo gesto, quasi per interpretarlo. La beveva, o si lasciava bere.

—E Villon?—chiese a un tratto Ariberto.

Folco sussultò come avesse udito lo sbatacchiar fragoroso d'un uscio alle sue spalle.

—Non dovevi lavorare intorno a Villon?—seguitò Ariberto.—Mi avevi detto, se non erro, che avresti cercato alla Biblioteca Nazionale ciò che ti occorre?

—C'è tempo,—rispose Folco.—Ora Gioconda deve divertirsi.

—Tocca alla contessa richiamarti al lavoro.—-osservò Ariberto, sorridendo per attenuare nelle parole il senso di rimprovero.

La contessa volse il capo lentamente.