Questi, felice di trovare facile argomento a discorsi che potevano distrarre Folco dalla prima inquietudine, indicò a Gioconda la duchessa e via via i commensali più cospicui, da un re in incognito a un granduca russo, a un generale inglese, dalle attrici meglio note a quella Maria Feodòrowna Petrowski che un'ora prima ballava, tutta d'oro dalla nuca ai tacchi, l'infernal danza moscovita.
La cena si protrasse a lungo, servita da tre camerieri con una gravità la quale pareva invitare a considerare seriamente ogni portata nella sua bellezza complicata prima di gustarla.
Era notte tardissima, allorchè Gioconda metteva piede sul predellino dell'automobile per far ritorno all'albergo. Ariberto aveva preso congedo; intendeva prolungar di qualche ora la veglia con alcuni amici che lo avevano invitato alla loro tavola.
Ma appena furono soli nell'automobile e Folco le sedette al fianco,
Gioconda indovinò ch'egli era ostile, di malumore.
—Non ti sei divertito?—ella chiese.
—Poco. La folla che ti guarda m'indispettisce,—rispose Folco.
Gioconda gli prese la destra fra le sue piccole mani, e la tenne, in silenzio.
Egli si chinò a baciarla. Come per magia, il malumore e l'ostilità erano sfumati nell'animo di lui al solo contatto di quelle mani.
—Non badarci,—disse, quasi scusandosi.—Ti ho condotta a Parigi perchè ti diverta, e non pensare a me.
La contessa non rispose; guardava i boulevards, oscuri, a quella tarda ora quasi deserti, alcuni popolati da gente malvestita, che rasentava le case. La città non dormiva; era cessata la furia dei veicoli, ma serpeggiava la vita subdola della notte, ma quelle ombre che passavano erano indizio di convegni finiti o di convegni che principiavano; molti rettangoli di luce nelle case svelavano ore d'insonnia o di veglia, in attesa della luce nebbiosa dell'alba.