Gioconda inebriata da quel tuffo di vita mondana, pensava seriamente se non fosse stato possibile ottenere da Folco di rimaner per sempre a Parigi; forse, a poco a poco, non senza molta arte, non senza quella sommissione che vinceva nell'animo di Folco i più ragionevoli propositi.
Ella aveva dimenticato che i danari di Folco non potevano durare eternamente; s'illudeva sulla cifra, sul valore, sulle spese; forse ne aveva altri, Folco, dei quali non aveva parlato.
—Non andremo più all'Abbaye,—ella disse a un tratto.
—Perchè, se ti diverti?—obiettò Folco sorpreso.
La giovine volse il capo per nascondere un sorriso di vittoria.
Ariberto Puppi non comparve nè l'indomani nè i giorni successivi; mandò alla contessa un gruppo di orchidee e stette assente una settimana. Gioconda non disse nulla, ma fu inquieta. Quell'uomo conosceva Parigi come ella conosceva la sua piccola casa trafitta da misere finestrucole; era una guida sicura.
Sopra tutto piaceva a Gioconda quel vivere di lui accanto sempre, dentro spesso, alla grande vita internazionale di lusso; quell'udirlo nominar la contessa Filippeschi insieme alla principessa di Furstein, al granduca Vladimir, ai nomi più eletti che rappresentavano l'aristocrazia e la plutocrazia di tutto il mondo, la lusingava.
Finalmente Ariberto venne una sera a prendere «i suoi figliuoli», e andarono a teatro e cenarono.
—Ebbene,—chiese la contessa a Folco, tornando a casa e gettando la stola di zibellino sul letto,—non sono ora tutta di qua?
Rideva al pensiero che i primi giorni ella aveva osato spedir cartoline alla sarta, alla modista, alla moglie del fuochista o del tramviere. Il suo nome figurava ormai nel Figaro con quello di Folco tra i commensali più assidui dei ritrovi più eleganti.