—Perbacco!—si lasciò sfuggire Ariberto.
—Che cosa significa «perbacco»?—interrogò pronta Gioconda.
Ariberto si strinse nelle spalle ridendo.
—Non significa nulla!—spiegò.—Tocca a Folco dir l'ultima parola.
Folco non disse, e Gioconda non domandò.
Ma se Ariberto non riusciva ancora a capir bene lei, ella non riusciva affatto a capire Ariberto.
Era un amico? era un nemico? Proteggeva Gioconda o proteggeva Folco? a quale dei due avrebbe portato aiuto e consiglio in caso di dissenso? Sotto la squisitezza delle maniere signorili, Ariberto sembrava a Gioconda impenetrabile. Non appena si trattava d'esprimere un'opinione che avesse qualche peso, egli si distraeva con una sagacia diplomatica, la quale era riuscita a irritar più d'una volta Gioconda, d'una irritazione tuttavia ben dissimulata.
Quel «perbacco» significava «che sciocchezza!» o «che buona idea»? Non si sapeva. Negli occhi della contessa si accese un lampo d'ira, ch'ella non potè nascondere se non volgendo il capo subitamente.
L'indomani mattina, mentre Folco leggeva il giornale, aspettando che Gioconda si abbigliasse per uscire, fu telefonato al conte Filippeschi che il marchese Puppi lo attendeva nella sala di lettura per dirgli una parola.
—È Ariberto,—si volse Folco a Gioconda.—Che può volere?