—Non conti,—incalzò Ariberto,—che io ho un'infinità d'anni più della contessa, più di te? Sono un vecchio.

—Pei vecchi il diritto della parola è sacro!—disse Folco ridendo. E così?…

—Ti dicevo che questa vita è dannosa alla contessa e a te; alla contessa perchè non le concede un'ora di quiete; a te, perchè non ti lascia far nulla.

Io credo che la contessa per la prima ne sia stufa e non osi dirtelo: oramai ha veduto tutto quanto di strano e di eccezionale la vita di Parigi può offrire a una signora; avete percorso rapidamente il ciclo; non potete che ripercorrerlo, due, tre, dieci volte, non so con quanto gusto….

Fece una pausa, guardò Folco per comprendere quale effetto sortivano le sue parole; ma il giovine a testa china disegnava con la punta del bastone imaginarii disegni sul tappeto.

—Per ciò credevo,—soggiunse Ariberto esitante,—che non vi sareste trattenuti ancora a lungo.

Folco levò il capo e, guardando dritto Ariberto negli occhi, interrogò:

—Tu mi consigli di andarmene?

—Non ho il diritto di consigliare,—rispose Ariberto prudentemente.

—Ma se ti chiedessi un consiglio?—fece il giovane.