Folco, alieno per educazione e per orgoglio dalla menzogna, non aveva facilità ad inventare; sentì che una vampa gli saliva alla fronte.
—Oh,—fece distratto,—abbiamo parlato così, in generale, a proposito di quelle stampe inglesi….
La contessa fu certa, da quel momento, che Folco mentiva.
Ariberto aveva parlato di ben altro, di cose tanto gravi e importanti che Folco non poteva riferirgliele esattamente. E che potevano essere, se non giudizii su lei stessa? Ella era certa che Ariberto non si sarebbe fatta lecita un'opinione men che favorevole, e che Folco non l'avrebbe ascoltata senza chiederne la ragione. Ma infine qualche cosa ci doveva essere. Il giudizio più ostile può essere abilmente larvato con la forma più cortese.
Ebbe uno slancio d'ira, quasi d'odio contro Ariberto. Il suo istinto femminile l'avvertiva ch'egli era un nemico: un temibile nemico perchè raffinatamente gentile.
Le tornò in niente la frase che la direttrice del collegio di monache presso il quale era stata educata i primi anni, ripeteva con frequenza: «È inutile uccidere un nemico; basta seppellirlo sotto i fiori».
Ariberto Puppi doveva essere della stessa scuola.
Gioconda aveva un carattere impetuoso, ch'ella vigilava con cura instancabile perchè non traboccasse; ma pur rimanendo giù, chiusi e frenati, l'impeto, l'ardenza del carattere vivevano sempre.
Al pensiero di poter essere stretta lentamente e implacabilmente nell'aura di veleno diafano che un abile nemico le seminava intorno, si sentì soffocare.
Già la docilità perfetta, l'arte di sommessione con cui riusciva a condurre Folco, le costavano ogni giorno un immane sforzo su sè stessa; un altro da disarmare con la stessa attenta cautela, con la stessa obliqua sagacia, l'avrebbe trovata esausta.