Andarono al Museo Cernuschi, ma non videro bene. Erano ormai ambedue nervosi; un'ombra pesante sembrava esser caduta fra l'uno e l'altra. Fecero colazione al Pré Catelan, ma parlarono poco; Gioconda sorrideva, e il suo pensiero era lontano; Folco tentava d'allacciare una conversazione, e il suo pensiero era lontano.
Mentre rientravano all'albergo il portiere si presentò ad avvertire che come gli avevano ordinato, aveva fatto notare due poltrone per lo Châtelet.
—Ah,—disse Folco, quasi sorpreso.—Sta bene. A che ora?
—Alle nove,—rispose il portiere.
Gioconda si domandò invano che cosa pensasse.
Le due camere da letto erano contigue, Gioconda udì che Folco apriva il baule; poi dal fruscìo capì che ne levava delle carte, e da un certo giro di chiave, che apriva una busta di pelle in cui eran chiusi i suoi manoscritti.
Ella conosceva bene quella busta. L'aveva tenuta in casa, da fanciulla, presso la macchina da scrivere, e ogni sera Folco vi aggiungeva una pagina di note o di traduzione. La busta sapeva la povera vita oscura d'altri tempi. Gioconda vi aveva, più di una notte insonne, posato il capo a piangere, l'aveva serrata al petto con furore, quasi la busta avesse contenuto, inesplicabile e misterioso, l'avvenire di lei.
Gioconda andò sulla soglia a guardare, stese le braccia nel vano, appoggiando le mani all'uno e all'altro stipite. Era un suo gesto abituale; avanzava il capo a sorridere e a chiamare Folco.
Ma non sorrideva quel giorno. Scorse Folco, il quale, volgendo le spalle, s'era messo a tavolino e rileggeva o annotava con una matita.
—Lavori? chiese la contessa.