—Ti dispiace?—ripetè Folco, seguendola.
—No,—disse ancora Gioconda, con la stessa freddezza.
E prese posto in una poltrona, guardando qua e là, fuor che in faccia al giovane.
Poi travolta all'improvviso dall'indole veemente che si svelava contro la sua stessa volontà, esclamò di scatto:
—Questo, ti ha detto Ariberto? che devi lavorare? che non dobbiamo andar più a teatro?… Perchè non mi hai riferito le sue parole? Egli deve aver detto qualche cosa anche contro di me….
Folco la interruppe con un gesto.
—Mi stupisco,—ribattè,—che tu possa anche semplicemente supporlo.
Ariberto non ha avuto per te se non parole d'ammirazione e d'amicizia.
E tu puoi credere che io avrei permesso una frase non deferente, non
gentile?
—E sia!—riprese la contessa.—È stato deferente, gentile, amico, ammirativo, tutto quello che vuoi. Ma perchè hai taciuto tutto ciò che ti ha detto? Perchè mi hai inventato le bugie più puerili? Credevo tu avessi compreso che fremo, da stamane. Non per le opinioni, non per i consigli di Ariberto, dei quali posso anche non tener conto; ma perchè ho capito che non ho più la tua confidenza e che tu tenti d'ingannarmi. Ariberto ti sprona a lavorare. Fa benissimo. E perchè tu racconti invece che avete parlato di stampe e di arte? Ha dunque espresso qualche giudizio che io non devo sapere? Una volta quando ero la tua amica e la tua fidanzata, tu mi raccontavi perfino i tuoi progetti letterari, senza nemmeno assicurarti che fossi capace di comprenderli; oggi che sono tua moglie, tu mi metti in disparte, e i colloquii col più intimo dei tuoi amici diventano misteriosi per me?… È un consiglio di Ariberto, anche questo?
Folco guardava Gioconda, attonito.
Era irriconoscibile.